”La Lussuria”

di Domenico Caruso
di Domenico Caruso

NELLA LETTERATURA E NEL FOLKLORE

La lussuria è uno smodato desiderio del piacere sessuale. Il termine deriva dal latino luxuria; luxus (lusso) significa, appunto, “eccesso”.

Fin dalla preistoria si è data molta importanza alla figura femminile. In alcune statuette di donne nude ritrovate in Francia e in Austria gli ignoti autori hanno messo in rilievo le parti anatomiche atte alla riproduzione e quelle adiacenti. Anche nella letteratura si è sempre dedicato ampio spazio al problema sessuale.

 

«In principio era il sesso… In principio era il verbo… No, in principio era il sesso». (Antonio Gramsci)

 

 Giovanni Boccaccio ha scritto: 

«La lussuria è vizio naturale, al quale la natura incita ciascun animale, il quale di maschio e femmina si procrea».

 

Dante definisce i peccatori che in vita sono stati schiavi dell’istinto:

…quei peccator carnali, che la ragion sottomettono al talento.

(Inf. V, 38-39)

 

Una tempesta senza tregua, ricordando la loro bufera sessuale, trascina con sé gli spiriti facendoli cozzare tra loro. Quando giungono davanti alle rovine di una frana, le urla e le bestemmie di quegli infelici divengono assordanti; qui bestemmiano la potenza divina:

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina:

voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti alla ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina. 

(Inf. V, 31-36)

 

 

Se per Dante la lussuria è rappresentata dagli amanti inseparabili Paolo e Francesca, per il drammaturgo inglese Shakespeare il simbolo è Cleopatra.

Per diversi secoli i libri licenziosi sono stati messi all’indice.

Nella letteratura calabrese il capolavoro assoluto della pornografia, la Ceceide, ha procurato al poeta Vincenzo Ammirà umiliazioni e sofferenze, nonché una condanna correzionale. L’opera invece, secondo il giudizio di N. Misasi, «nella sua plebea oscenità è aristocratica nei metri, nelle reminiscenze, nel gusto, nell’organismo, insomma nella fattura».

Cecia, ditta accussì la Tropiana,

valenti cchjù d’ogni autru a lu misteri,

appena nata fici la buttana

cu’ amici, paisani e foresteri.

 

E’ pur vero che: «Il sesso è il lirismo del popolo». (Baudelaire)

Con la sua forza erotica la donna sottomette l’uomo, il quale perdendo il suo potere decisionale appare ridicolo di fronte al prossimo. Dicevano i nostri avi:

Tira cchjù ‘nu pilu ‘i fìmmana 

a’ la ‘nchjanata,

ca ‘nu parìcchju di voi a’ la calata.

(Il peso di persuasione di un pelo di donna in salita supera la forza di un paio di buoi aggiogati in discesa).

 

Il proibito è stato sempre fonte di desiderio:

‘A mugghjeri d’atru è sempri cchjù bella.

Nella civiltà contadina del passato, la famiglia patriarcale trovava uniti parenti e compari; nasceva così l’imperativo categorico:

I cugini pìgghjali i primi,

i cummàri pìgghiali pari!

D’altronde:

Vidìri e non toccari è cosa da peniari!

Ed ancora:

Chidu chi si dassa è perdutu. 

(E’ il «carpe diem, quam minimum credula postero» di Orazio: cogli - cioè -  l’occasione, senza rimandare nulla al futuro).

 

Una volta si giudicava il ceto borghese speciale e privilegiato, per cui anche le mogli attempate dei padroni apparivano appetitose:

Cùrcati cu’ ‘na ‘gnura puru m’è vecchia,

mangia carni di pinna e m’è cornacchia!  

 

(Preferisci le signore e la carne degli uccelli, pur se di cornacchia).

 

Come per incitamento, si rammentava la misericordia divina che tutti perdona:

Cu’ futti e cu’ non futti,

‘u Signuri perduna a tutti.

Ma, per evitare spiacevoli sorprese, quando in casa c’era una giovane figlia si doveva farla sposare al più presto o sgozzarla:

A quìndici anni o ‘a mariti, o ‘a scanni!

C’era, infatti, il pericolo di essere: Cornutu e vastunijatu. (Becco e bastonato).

 

La vita sessuale degli animali, sotto certi aspetti, è più ordinata di quella delle persone. Mentre per i primi l’istinto sessuale mira essenzialmente alla conservazione della specie e l’accoppiamento non avviene contro la volontà della femmina, nella specie umana la violenza - la libidine - l’orgia - il sadismo - le perversioni - le droghe sono oggetto di inquietanti cronache quotidiane.

 

Nel nascente Cristianesimo la lussuria era il male supremo. Il matrimonio non doveva costituire un diletto voluttuoso, ma soltanto un fine alla procreazione: «proles, fides, sacramentum» (come ha motivato Sant’Agostino).

La lussuria è accecamento della mente e turbamento della volontà. Occorre far valere la propria libertà, con l’ausilio della Legge di Dio.

 

Narra la Bibbia che un giorno Davide s’invaghì di Betsabea, moglie di Uria l’Ittita. La sua passione giunse al punto di far uccidere il marito della donna che si trovava con le truppe del re in guerra contro gli Ammoniti. Il profeta Natan si presentò a Davide e con una parabola gli fece toccare con mano la gravità del peccato che lo condusse all’adulterio e al delitto. Per punizione Dio gli fece morire il bimbo avuto da Betsabea e una terribile pestilenza colpì il suo popolo. Soltanto allora Davide riconobbe il suo peccato e si umiliò davanti a Dio. (Cfr. 2Sam 11-12)

Nell’immaginario erotico popolare sono invidiati e temuti i religiosi, anche per l’esigenza d’invertire gli elementi del culto fondato sulla castità. 

 

Per diversi secoli nella categoria tanti libertini gaudenti agivano come padre Zappata - che “predicava bene e razzolava male”.

Un proverbio calabrese consiglia:

Quandu trovi ‘u  mònacu ‘n casa,

‘a mègghju cosa è pemmu ‘a pìgghj a rrisi.

(Se trovi un monaco in casa è preferibile far finta di nulla).

 

La condotta dei religiosi non sempre appare esemplare:

Se ti mariti la cruci t’abbrazzi, 

se mònacu ti fai lu ‘mpernu attizzi!

(Sposandoti abbracci la croce, divenendo frate attizzi le fiamme infernali).

Di’ prèviti e mònaci sèntiti ’a Missa e fùji!

(Con preti e monaci non andare oltre la Messa!)

Ed ancora una trovata, riguardante il dialogo di un fedele con un religioso:

- Reverendu, comu stati, 

senza moglie comu fati? -

- Caru figliu, su’ felici

cu’ li sposi di l’amici! -

(Da Storia e folklore calabrese di D. Caruso).

 

Alcuni aneddoti sui religiosi risultano piacevoli ed efficaci. 

T. Canale Berruti di Reggio Cal. riferisce che un monaco, nel passare, così rivolge il saluto ad una bella donna affacciata alla finestra:

- Nnàchiti!

La conoscente sorride compiaciuta ed il frate entra in casa, alimentando speranze nascoste. La signora, però, ha ben altro scopo e - al posto dell’asino - impiega il religioso nel suo frantoio a macinare le olive. Il giorno dopo il monaco, ancora stanco, ripassa sotto la finestra e la donna l’apostrofa: - Nnìchiti!

A tal punto l’altro risponde risoluto: 

- Né nnìchiti né nnàchiti, se vuoi macinare le olive comprati un bue! 

(adatt. da: ‘Na muzzata calabrisi - vol. III - 1993).

 

 E’ ben vero:

Nemo libenter recolit qui laesit locum. (Fedro) (Nessuno torna volentieri dove ha sofferto).

Gli avi sostituivano la morale della favola con l’aforisma:

‘A pècura castijata non torna o’ vadu. 

(Pecora castigata non torna a valle).

 

 

In conclusione, bisogna pur ammettere che a furia di trasgredire non rimane che il vuoto. L’uomo, ricordiamoci, è in cammino per imparare ad amare, prima la famiglia e il prossimo poi la compagna che ha scelto. Soltanto da questo esercizio di comunione ha un senso la vita.

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